Imágenes de páginas
PDF
EPUB

Remigio fios

rentinio.

Per l'aure peregrine, e i membri morti
(Lalla) non fien da qualche amica mano
Amicamente imballamati ed unti:
Auzi i marini augei volando andranno
Sopra l'ossa insepulte, e questo fieno
Le meritate mie funeree pompe !
Ma quando arriverai co' legni in porto,
E
per

mercè de' inerti tuoi farai.
Da la tua patria caramente accolto.
Quando fregiato di corone e palme
Tra 'tuoi compagni te n'andrai superbo,
E narrerai con qual valor togliesti
Al Minotauro l'alma, e come uscifti
Sicuro fuor de le dubbiofe vie,
Racconta ancor, come in ful lido fola
Tu m'ai lasciata, e m'ai tradita, ch'io
Eller non deggio a le tue glorie tolta.

Crudel, tu non sei gia mai d'Egeo nato,
Ne d'Etra ancor, ma fuor del fasli ufcifti,
E del rabbioso mar, qualor più freme:
O facesser gli Dei, ch' avessi scorto
Da l'alta nave me dogliosa e mesta,
Chè la dolente imago avrebbe mosso
Gli occhi tuoi crudi a lagrimar mia sorte:
Ma guarda almen con pietosa mente
Come io mi sto qui fconfolata, e fola,
Qnasi uno scoglio, sopra un scoglio allisa,
Dove percuotan le vaghe onde; e guarda
Le parfe chiome, e la bagnata gonna
Da le lagrime mie gia fatta grave,
Come da larga e rovinola pioggia.
Guarda, deh guarda ancor, come il mio corpo
Non altrimenti, che percosse biade
Dal rabbioso Aquilon, fi batte e trema,
E come poi con la tremante mano
Questa carta ho vergata, il che ti mostra
L'ordin mal dritto de miei cristi verfi.
Io non ti vo' pregar per alcun merto,
Poi che'l maggior m' cosi mal fuccello;

Ma

Xemigio fios Ma s'al mio 'merto guiderdone alcuno
rentino.

Non fi convien, non fi convien la pena;
E s'io non fui cagion de la tua vita,
Non ai empio cagione ond' esser deggia
Trista cagion de la mia trista morte.

Ecco, che queste man gia stanche, e larte
Di battermi infelice, oltra il gran mare
Umilemente, o Teseo mio, ti porgo,
E mesta in volto ti dimostro questi
Capei negletti, ch'avanzati sono
A' fieri oltraggi del mio duol immenso:
E se posso pregar, ti prego (ahi laffa)
Per l'onde calde, che da gli occhi fore
Mi traggon l'opre tue crudeli ed empie,
Che tu ritorni, e' col mutato vento
Volga la nave: eh torna, eh torna, o Teseo,
Chè s'io prima mi morrò, pietoso almeno
Ne porterai l'infelici ofsa teco.

Bru ni.

Bruni.

Antonio Bruni, aus Cafal Nuovo im Neapolitanifchen, geft. 1635, gehårt unter die bessern italianischen Dichter des vorigen Jahrhunderts. Von seinen Epistole Eroiche gab Pietro Bonarelli ju rom, 1634, 12. die fierente, von dem Verfasser verbesserte und vermehrte, Ausgabe in zire Büchern heraus, welche zusammen ein und dreisfig solcher Briefe enthalten. Da fie unter uns wenig bekannt find; fo will ich ihre Ueberschriften hieher reßen: La Madre Ebrea a Tito Vespasiano Erminia à Tancredi Caterina d'Aragona ad Arrigo VIII. Rè d'Inghilterra — fiordispina a Bradamante Turno a Lavinia Tancredo à Clorinda Olimpia à Bireno Solimano al Rè d'Egitto Armida a Rinaldo Radamilto à Zenobia Nausicaa ad Ulisse Diana 7 Venere Giove à Semele - Euridice ad Orfeo lole ad Ercole Zefiro à Clori Angelica ad Orlando Despina á Mustafa Amore à Pliche Sofonisba à Mafnilla - Seneca à Nerone · Venere ad Adone

Argante à Tancredi Cleopatra ad Ottavio Cesare

Semiramide à Nino Issicratea à Mitridate Onoria ad Attila Gisinonda a Tancredi, Principe di Salerno - Scedafo al Senato di Thebe Apollo a Dafne

Tamiri à Clearco. Uebrigens ist dieser Dichter nichts weniger als frei von dem schon damals herrschenden Verderbnisse der italiänischen Poesie, von dem Hange zum Unnatürlichen, Gekünftelten und Gesuchten, und von den fogenannten Concerti, oder tåndelnden Spielereien des Ausdrucks. Zu dem folgenden Briefe entlehnte er nicht nur den Stof, sondern auch mans che einzelne Züge, aus dem Befreiten Jerusalem des Taffo.

[ocr errors]
[ocr errors]

TANCREDO A CLORINDA.

E' pur gelido il Fonte, ombroso il loco
Da cui scrivo, d Clorinda , e in quello, e in

questo
Pur vagheggio la luce, e sento il foco.

[ocr errors]

Beisp. Samml. 6. V.

N

SW

Bruni.

[merged small][ocr errors]

Så l'orlo, al rezzo, i paffi erranti arresto;

Ma con l'anima vaga d te me'n volo

E, partendo da te, teco pur resto,
Contro al Christiano, e bellicofo ftuolo

Vibri la spada sì, ma del bel volto

Le ferite d'Amor provo in me folo;
Mostro ferino hai fa'l cimiero accolto;

Ma, de la Tigre ad ogni picciol moto,

Con infaufto presagio, il cor m'è tolto.
Tù con affetto pio, con cor divoto

Deitå falla adori; io te, che sei

L'Idolo d'ogni core, e d'ogni voto.
Del Fonte ricordar, ben mio, ti dei,

In cui primier ti vidi; e di quell'onde;

Che furo l'esca de gl'incendij miei.
Là mi legar le crespe chiome, e bionde,

De' miei sospir, de gli amorosi lai

Ancor mormoran Paure, ardon le sponde.
Qual tu, per rinfrescarmi anch' io v'andai;

Ma tu riposo, io lagrime, e dolore;

Ma tu ristoro, io grave mal trovai.
Tu Guerrera di Marte, e più d'Amore

Minacciavi col brando, e più col viso,

Con rigida beltà vago rigore:
Ond' io, ch' allor de' Perfi liavea conquiso

Il Campo hostil, pria vincitor; poi vinto,

Reftai da un guardo sol prelo, et anciso.
Quinci allhor nato Amor nel core avvinto

Nulla seppe parlar del foco mio,

Mosso un suon balbettante, et indistinto.
Ahi, che, qual lampo, a me sparilti, ond' io

Sparita à me luce, anzi la vita,

Restai fra l'ombre d’un' eterno oblio.
E fin' hor, che à le pugne ancor m

m'invita
La Tromba Oriental, porto l'imago

Di cotante bellezze in me scolpita.
I'n questo Fonte cristallino, e vago,

Ch' a t'el volto gentil bagnò sovente,
Con memoria de l'altro, il core appago.

[merged small][ocr errors][merged small][ocr errors][merged small][merged small]

Bruni.

Heroiden.

195 Aura quì susurrar mai non si sente;

Fiore qui pullular mai non si vede;

Mormorar quì non s'ode onda corrente ; Ch' io non dica frå me; Folle chi crede

Fiorir l'erba, errar l'aura, e scherzar l'onda

In virtù d'altre luci, e d'altro piede. Di musco, e di smeraldo è sol feconda

Per te sì bella in argentata riva;

E lussureggia di Zaffir la sponda.
De lo splendor, che qui d'intorno apriva

Tal' hora un raggio de' begli occhi amati,

Pur la dolce memoria è fresca, e viva. Ne le stelle del Ciel, ne' fior de' prati

Io vagheggio ad ogn' hor le belle gote;

Io contemplo ad ogn' hor gli occhi adorati. Quanto son tue beltà celebri, e

Tanto nel mio pensier stan ferme, e fille;

E cancellarne un'ombra altri non pote. Ciò che poc' anzi in Campo, in fra le riffe,

Col labbro aprij, più che guerrero, amante, Ch' a te l'orecchio, à me più 'l cor trafiffe : Fu de l'incendio mio fiamma volante ;

Fù de' miei gravi, e fervidi sospiri

Fumo efalato innanzi al tuo lembiante. Io ardo, io ardo; i gemiti, e i martiri,

Ch'io (pargo, e provo al tuo rigorè eguali,

Perche fiera non odi, empia non miri? Ma, se m'odij, e m'abborri, e de miei mali,

Com' io vage di te, tanto sei vaga,

Perche, o bella Clorinda, hor non m'affali. Ecco il se'n senza usbergo, hor tu l'impiaga;

Ecco il mio fianco inerme, egli è ben dritto,

Chabbia, emulo del cor, pur la sua piaga.
Svenami il petto tu d'Amor trafitto;

Schiantami il cor dal petto, eccolo ignudo;
Togli la vita homai dal core afflitto.
Pietoso in opra, et in fembianza è crudo,

Se m'ancide, il tuo ferro: io più non curo,
Che da te mi difenda, d spada, & fcudo.

[ocr errors][merged small]
« AnteriorContinuar »